GIACEA ’L Leon nella spelonca homai
Da gli anni reso debile, et infermo,
Et inetto del tutto a procacciarsi,
Come quando era giovine solea,
Andando a caccia francamente il vitto.
E via cercando, onde scacciar la fame
Potesse, e prolungar sua vita quanto
Gli concedesse la natura e ’l cielo ;
Tentò con l’arte far quel, che vietato
Era a sue forze indebolite e vane,
Nova astutia trovando a sua salute.
L’astutia fu, ch’un dì passando il Corvo
Vicino a la sua grotta, a sé chiamollo
Con debil voce, e con sermone humile
Il mosse a gran pietà de la sua sorte :
Et lo pregò, ch’ei divulgasse tosto
De la sua morte già vicina il nome,
Per cortesia fra gli animali tutti,
Che facevan soggiorno in quel paese :
Che, essendo esso lor Re, debito loro
Era di visitarlo, e ritrovarsi
Ciascun l’ultimo dì de la sua vita
Per honorarlo de l’esequie estreme ;
E ch’ei gran voglia havea di rivederli,
E dir a chi l’amò l’ultimo vale :
E testamento far per far herede
Alcun di lor del destinato scetro.
Dunque ubidillo il Corvo, e sparse intorno
Tosto di ciò l’ingannatrice fama
Tal che di giorno in giorno andava a quello
Alcun de gli animai da quel confino
Come inteso l’havea tardi o per tempo
Per visitarlo : ma quando a lui presso
Se lo vedea il Leon, che ’l mezo morto
Fingea, l’unghiava con le zampe adunche,
E lo sbranava, e ne ’l rendea suo pasto.
Così più giorni fece insin che venne
L’astuta Volpe, che da un poco sangue,
Che vedea presso a lui, sospetto prese,
E più oltre passar non volse prima
Che ’l salutasse, e da la sua risposta
Meglio congietturar potesse il fatto :
E tosto accorta a salutarlo prese
Lontana un poco per mostrar gran doglia
Del suo languire sospirando alquanto ;
E a dirle del suo stato lo pregava.
Le rispose il Leon con voce grave,
E ch’a pena parea che suono havesse ;
E l’invitava ad accostarsi a lui,
Che meglio intenderia de la sua sorte,
Senza dargli fatica in parlar forte.
Rispose ella : Signor mi doglio assai
De le vostre sciagure, et lo sa Dio :
Ma di venir più avanti ho gran sospetto,
Vedendo tutte le vestigie altrui
De la spelonca incontra l’uscio volte,
E nessuna guardar verso l’uscita :
Ond’io fo stima molti esservi entrati,
Né fatto haver alcuno indi partita :
Però lasciovi in pace ; e se mai posso
Farvi servigio, che in piacer vi sia,
Farollo volontier, ma da lontano.
Così da picciol segno alcuna volta
L’huom savio impara con sua gran ventura
A scoprir de’ malvaggi il rio secreto :
De’ quai bisogna sol creder a l’opre,
E non a quel, che in lor la lingua suona.
Non il parlar, ma l’opra il core insegna.