DUE Topi, un di Città, l’altro di Villa
Ambo congiunti d’amicitia stretta
S’invitaro l’un l’altro insieme a cena.
Ma fu primo il villan, che ’l caro amico
Nel suo povero albergo ricevesse.
E tra le canne, che servian per muro
De l’humile capanna d’un pastore,
Di cece, e ghiande, che in più giorni accolse,
Tutto contento, e pien d’amico affetto
Gli fece lauta e copiosa mensa.
Così rodendo insino a meza notte
Il duro cibo con tranquilla mente
A un dolce sonno alfin si diero in preda.
Ma quando il Sol col mattutino raggio
Lucido e chiaro in Oriente apparse,
Il Topo Cittadin l’altro destando
Per gran desio, c’havea di farsi honore,
L’invitò a cena a le paterne case :
Ove alfin giunti dopo lunga via
Su l’hora prima de la notte oscura
Entraro stanchi al buio in ampio loco,
Che d’un palazzo era terreno albergo,
Tutto odorato di soavi cibi,
Onde abondante era d’intorno e pieno.
Quivi senza aspettar chi gl’invitasse
Ciascun di loro a ristorar si diede
La fame, e del camin l’aspro disagio,
Intorno a’ varii delicati cibi,
Di ch’eran colmi molti piatti e deschi.
Ma non sì tosto prima gli assaggiaro,
Che con romor, che gli rendeo sospesi,
Ecco scuotendo mille chiavi, e l’uscio
Subito aprendo con un lume in mano
Il maestro venir de la cucina
Per porre in salvo certe altre vivande,
Che pur dianzi levate havea di mensa.
A l’apparir de l’inimico lume
Il Topo Cittadin ratto fuggissi
L’altro invitando con tremante core
A far l’istesso per fuggir da’ guai,
E dietro a l’uscio tosto si nascose.
Ma partito colui, che fu cagione
De la paura, e del disturbo loro,
Tornar di novo a l’assaggiato cibo,
E ne satiaro a pien l’ingorda fame,
Benché tremanti, e di sospetto pieni :
Né però si sapean levar da mensa
Dal gusto presi del soave pasto,
Se un’altra volta l’importuno hostiero,
Che per altro bisogno ivi tornava,
A disturbarli non venia di novo.
Allhora s’appiattar celatamente
Dietro un vasello di Cretense vino,
Che gocciolando dal mal sano fondo
Spargea ’l terreno del liquor soave.
Del qual poi che appagato hebbe ciascuno
Più che a bastanza la golosa sete,
Quivi posar le ben pasciute membra
Con gran temenza, il resto de la notte
Tutto passando con disagio e pena
Senza mai chiuder occhio, o mover piede,
Tanto sospetto havean d’ogni periglio.
Poi quando Febo con l’aurato carro
Portò di novo in Oriente il giorno,
L’hospite cittadino al suo compagno
Con festevol parlar gioioso disse.
Che ti par, frate, de le mie vivande ?
Non son forse elle altro che cece, o ghiande ?
A tal sermon colui, ch’era dal sonno,
Ma molto più da la paura stanco,
In cotal modo a l’hoste suo rispose.
Gratie ti rendo del cortese accetto
Che fatto m’hai nel tuo nobil convito
Degno del gusto de’ celesti Heroi ;
Perché il favor (e sia qual ei si voglia)
Che fatto vien da volontate amica,
Deve esser sempre in tutti i modi caro,
E di grata mercè premio s’acquista.
Ma ben dirò ; che m’è più dolce assai
Roder la fava, o la tarlata noce
Nel pover tetto mio lieto e sicuro ;
Che in questo loco di paura pieno,
E senza mai posar sicuro un’hora
Gustar l’ambrosia, e ’l nettare di Giove.
Voi, cui posto ha la cieca instabil Dea
De le terrene cose in mano il freno
E voi, ch’a più poter veloci andate
Con sommo desiderio a i regii alberghi
Per vender sol la libertà e la vita
Ciechi o dal fumo de l’ambitione,
O dal vano splendor del lucid’oro ;
Deh raffrenate la superbia, e ’l fasto ;
Deh misurate i passi vostri alquanto ;
E con sano discorso giudicate
Del corso e stato vostro il dubbio fine :
Che anchor che retto da propitia stella
Arrivar possa al desiato segno,
Non ha però felice un giorno solo.
Se del savio di Frigia entro a lo specchio,
In cui l’huom savio sé medesmo intende
E riconosce il pazzo i proprii errori ;
Mirate un poco, haver chiara potrete
L’oscurità de le miserie vostre :
Quinci del vero alfin fatti più accorti,
E scorto di Virtute il bel camino,
Fuor vi trarrete de l’error comune,
Nel quale ognun precipitoso corre :
Né stimarete l’oro, o ’l lucid’ostro,
O le delicatissime vivande,
Le feste, i giuochi, o i trionfali honori
Contrapesati da continue cure,
E da mille sospetti indegni et vili,
Più, che la dolce amata libertade,
Più, che l’almo riposo, e l’otio honesto
Accompagnato da la gioia immensa
D’una tranquillità grata e sicura,
Che rende l’huomo in povertà beato.
Dunque colui, ch’esser felice brama,
Segua del Topo rustico la norma ;
Che viverà nella più nobil forma
Beato, e morirà con gloria et fama.
Un ben, ch’è mal sicuro, è da sprezzarsi.