DA capo a un fiumicel beveva il Lupo,
E l’Agnello da lui poco lontano
Vide inchinato far simil effetto :
E come quel, che di natura è rio,
Né havea cagion, e pur volea trovarla
Di venir seco a lite, e fargli offesa,
Cominciò tosto con parlar altero
Dirgli, che mal faceva, e da insolente
A turbar l’acque col suo bere a lui,
Ch’era persona di gran pregio e stima,
Esso vil animal di vita indegno.
Se n’escusava il mansueto Agnello
Con voce humile e con tremante core
Dicendo, Che sendo ei di sotto a lui
A la seconda del corrente humore
Non potea torbidar l’acque di sopra,
Che dal fonte venian limpide e pure.
E non sapendo che risponder l’empio
Contra la forza e la ragion del vero,
Soggiunse irato con altera voce,
Ch’era sfacciato e di follia ripieno
A dar risposta a sue saggie parole ;
Ch’ad ogni modo ei non volea scostarsi
Da la natura de’ parenti suoi,
Che gli havean fatto mille e mille offese :
E che gran voglia havea di far che a lui
Toccasse un giorno di scontarle tutte
Per lor col merto de le sue sciocchezze.
E volendo di ciò far nova scusa
L’innocente animal con dir più basso,
Ma con ragioni più possenti e salde,
Il Lupo iniquo, che già in sé confuso
Era rimaso, adosso al miser corse ;
E divorollo con disdegno e rabbia.
Così l’huomo empio, e per natura forte
L’inferior di forza e di valore,
Quando li piace, a suo diletto offende,
Cercando le cagioni, o vere o false
Che sian, nel sen de la nequitia sua ;
Con cui non val né la ragion, né il vero.
L’huomo possente e rio ragion non sente.