VOLEAN d’accordo gli altri arbori tutti
Che l’Uliva di lor l’imperio havesse :
Ma quella, che di sua sorte contenta
Già si viveva una tranquilla vita,
Non volse acconsentir d’haver tal carco ;
E così disse : ben pazza sarei
S’io, che de le mie frondi e grasse e belle
Sì, che son care a gli huomini, e a gli Dei
Ho sol la cura, che lieta mi rende ;
Volessi abbandonar le cose mie
Per macerarmi e giorno e notte sempre
Ne i tristi affanni de l’altrui governo.
Però ponete, prego, in altra mano
Di tal fatica l’importante peso.
Così risolti al Fico se n’andaro
Per dar a lui di tal honor la soma.
Et ei rispose lor : mai cangiarei
La cura, c’ho de’ miei soavi frutti,
Che vincon di dolcezza il flavo mele,
E ’l nettare, che in ciel gustan gli Dei,
Per quell’affanno sopra ogni altro amaro,
Che seco tien d’altrui regger la cura
Sotto il sembiante d’un pregiato honore.
Così da lui partendo senza frutto
Gli arbori colmi di soverchio affanno
Del trovar chi di ciò togliesse il carco
Deliberossi di pregar la Vite,
Che ’l Dominio di lor prender volesse.
Ma quella, che già tutta era d’intorno
Coperta d’uva ben matura e bella,
Lor disse : dunque vi credete ch’io,
Che di tanta ricchezza allegra vivo
De’ frutti miei con mio grande ornamento,
Onde il cielo e la terra in pregio m’have,
Possa sì facilmente al suon piegarmi
De’ preghi vostri, benché d’honor pieni,
Ch’io lasci di Natura un tanto dono,
Che felice mi rende in ogni tempo ;
Per prender poi così noiosa cura,
Che non mi lasci un dì viver contenta ?
Certo io sarei da chi più mi conosce
Tenuta pazza, se ciò far volessi,
E lasciar le mie cose irsene a male,
Attendendo a l’altrui con tanta noia.
Gli arbori allhora dal gran tedio stanchi
Del pregar lungamente indarno altrui,
Si risolsero alfin d’andar al Pruno,
E dar a lui questo supremo grado.
Et ei, che né di sé, né d’altri havea
Cura, che punto l’annoiasse mai,
Già tutto gonfio del concesso honore
Stimando sé maggior di quel, ch’egli era,
Parlò superbamente in cotal forma.
Dunque, s’io son Re vostro, a l’ombra mia
Correte tutti ; e se tardate a farlo
Qual poco ubidienti a’ miei mandati,
Farò del tronco mio tal fiamma uscire,
Che tutti v’arderà senza pietate,
Sì che ne tremeran malgrado loro
Le Quercie antiche, e i più sublimi Cedri,
Che dal Libano monte al Ciel sen vanno.
Così colui, ch’a le sue voglie serve,
È pronto a ricercar l’altrui governo,
Senza pensar qual sia l’ufficio suo :
Né suole ambition di cure altrui
Mover il cor di chi conosce e vuole
Far sempre quanto al suo dever conviene.
Chi tien l’honor, e le sue cose a core
Non cerca mai de gli altri esser Signore :
E brama haver dominio in altri spesso
Colui, ch’a pena può regger sé stesso.