IL Cervo si specchiava intorno al fonte,
E del bel don de le ramose corna
Si gloriava di sua altera fronte :
E mentre quelle a vagheggiar pur torna,
De le gambe si duol brutte e sottili,
Qual non conformi a sua persona adorna.
E le biasma e le sprezza come vili
Rispetto al peso de le corna altero,
Le quali ei stima nobili e gentili.
Ma mentre egli dimora in tal pensiero,
Ecco sentir di cani e cacciatori
Da un campo non lontan strepito fiero.
Onde già volto in fuga a tai romori
Corre veloce entro un’antica selva
Per trarsi in quella di periglio fuori.
Così fuggendo la paurosa belva
In un momento tanto avanti passa,
Che quasi nel suo centro si rinselva.
E mentre i cacciator lontani lassa
Mercé de le sue gambe agili e preste
Giunge ove una gran quercia i rami abbassa.
Quivi le corna diventar moleste
A lui pur dianzi fuor di modo care,
Che l’intricar tra quelle frondi infeste.
Talché come al partir da l’acque chiare
PACELe gambe lo salvar da dura sorte,
Queste cagion li fur di pene amare.
Che giunta in breve per le vie più corte
De i can la torma a lui, ch’era intricato,
Con fiero stratio ne ’l condusse a morte.
Ma mentre ei si trovava in tale stato
Forte doleasi, che le corne a questo
Fossero quelle, che l’havean guidato.
Tal l’huomo suol tener spesso molesto
Quel, ch’utile gli apporta e giovamento,
E prezzar quel, che gli è d’aspro tormento
Cagione, onde rimane afflitto e mesto.
Non quel, che par ; ma quel, ch’è buono, apprezza.