TAGLIAVA legna un Contadino un giorno
Sopra la riva d’un corrente fiume ;
E la scure per caso a lui di mano
Uscita andò di quello insino al fondo :
Onde il meschin piangea dirottamente
La sua disgratia sì, ch’a pietà mosse
Mercurio, che cortese entrò in pensiero
Di voler aiutarlo allhor allhora :
E pescando nel fondo a l’aria trasse
Un’altra scure, ch’era d’oro tutta ;
Domandando a colui s’era la sua.
Il leal Contadin rispose il vero,
Che sua non era : onde Mercurio tosto
Finse di novo di cercar la sua,
E ne trasse una fuor di fino argento,
Domandandogli anchor s’era pur quella,
Ch’egli perduta havea ; et ei negando
Subito il vero come prima disse.
Finalmente la sua Mercurio trasse
De l’onda fuor, ch’era di ferro vile :
E ’l Contadino allhor tutto gioioso
Affermò, ch’era sua quella di ferro ;
E la prese da lui, con lieto viso
Rendendogli con dir pien di bontade
Immense gratie di cotal favore.
Ma conosciuto il buon Mercurio a pieno
La gran sincerità di quel meschino,
Che di bontà non havea par in terra,
Quella d’argento appresso, e quella d’oro
In don gli diede, e ’l fé partir contento.
Ma raccontando un giorno il pover huomo
A molti amici suoi di quella Villa
La gran ventura, ch’avenuta gli era,
Uno di lor, ch’astuto era e sagace,
Tentò con fraude, s’egli anchor potesse
Divenir ricco, come quel divenne.
E già venuto nel medesmo loco
Per tagliar legna, quel, che il suo compagno
A caso fece, fece egli con arte
Di lasciarsi cader allhor la scure
In mezzo il corso de le rapide onde :
E finse lagrimar con gran sospiri,
E gran querele la sua dura sorte.
Onde Mercurio, che sapea l’inganno
Del fraudolente, immantenente apparve
A lui dinanzi ; e finto anch’egli seco
Di volergli trovar la scure sua,
Fuor de l’onde una d’or tosto ne trasse,
Ch’al peso, e a l’occhio era di gran valore,
Domandando al Villan, s’era la sua.
Allhor colui tutto ridente e lieto
Non sì tosto la vide, che mentita
Mente affermò che quell’istessa, quella
Quella sola, e non altra era la sua ;
La sua, che dianzi pur caduta gli era.
Compresa allhor Mercurio la bugiarda
Mente di quel Villano empio e sfacciato,
Quella d’oro non sol dar non gli volle,
Ma non essergli pur anchor cortese
De la sua, che di ferro era nel fiume ;
E da sé lo scacciò con brutti scherni.
Così il gran Re del cielo esalta spesso
L’huomo pien di bontade, e ricco il rende ;
E l’huom malvagio impoverisce, e prende
Diletto in farlo star sempre depresso.
Bontà trahe spesso l’huom di ria fortuna ;
E nequitia ogni male in lui raduna.