PASCEANO insieme l’Asino e ’l Vitello
L’herba novella in un medesmo prato
Tutto di varii fiori ornato e bello :
E sentito lontan più d’un soldato
Avicinarsi con feroce suono
Disse il Vitello : Or vedi un campo armato ;
E però parmi, che sarebbe buono
Torci di questo loco periglioso,
Né il fulmine aspettar udito il tuono.
Onde gli fu da l’Asino risposo :
Togliti pur di qua tu, che in periglio
Ti trovi ; ch’io di ciò non son pensoso.
Ché, se i soldati a te danno di piglio,
Al primo tratto nello spiedo andrai ;
Ma non faran di me simil consiglio.
Ché s’io muto padron, non fia giamai
Ch’io muti sorte ; e son presso ad ognuno
Per provar sempre egual affanno e guai.
Ché de la soma il carico importuno
È la pena maggior, ch’io provar possa,
E sempre è di mia carne ogniun digiuno.
Sì ch’io non temo, che mi rompa l’ossa
Altri, che del padron il duro legno,
Sia ch’ei si sia ; né temo altra percossa.
Così non prende l’huomo savio a sdegno
Il cangiar patria, e loco, e ancor Signore,
Pur che ne stia de la sua sorte al segno,
Né provi stato del primier peggiore.
Nulla è il loco cangiar con sorte eguale.