L’AQUILA altera, et la sagace Volpe
Già di stretta amicitia unite insieme
D’insieme anco habitar preser partito,
Sperando pur che ’l conversar frequente
Crescesse in lor di più sincero affetto
La carità de l’amicitia nova.
Però fermando in un medesmo sito
L’Aquila salse sovra un’alta quercia,
Ove albergar per propria stanza elesse,
Tessendo il nido a i suoi futuri figli.
Così la Volpe di quel tronco al piede
Preparò stanza a i suoi fra sterpi e dumi.
Ma sendo un giorno uscita a la campagna
De l’humil tana per cercar d’intorno
Cosa, onde trarre a i pargoletti suoi
Nati potesse l’odiosa fame,
L’Aquila tratta da medesma cura
De l’arbore scendendo al basso prese
De la compagna misera i figliuoli,
Et ne fé pasto a gli Aquilini suoi.
Il che veduto allhor l’afflitta madre
Restò del caso rio trista e dolente ;
Et non potendo farne altra vendetta,
Quando per esser animal terrestre,
Et senza penne da levarsi a volo,
Non può gir dietro a sì veloce augello ;
Di cor la maledice, et la bestemmia,
Sì come fanno i miseri impotenti,
C’han per solo rimedio in mezo a i guai
Lo sfogar in tal guisa il giusto sdegno
Contra chi loro a torto ingiuria move :
In tanto odio e veleno si converte
De le grate amicitie la dolcezza
Quando da gli empi simulati amici
Indegnamente violate sono.
Ma udite quanto poi seguì tra queste.
Non molto dopo avenne, ch’ivi presso
Havendo alcuni habitator del loco
Immolato una Capra al sacrificio,
Del nido la rapace Aquila scese,
E preso havendo ne gli adunchi artigli
Certe reliquie de l’adusta carne
Con alquanti carboni accesi intorno
Rapida salse al suo superbo nido.
Onde soffiando a maggior furia il vento
In quello già di paglia et fien contesto
Da i lucenti carboni a poco a poco
Nell’arida materia il foco spinse.
Tal ch’uscita la fiamma, e circondando
Tutto del vampo suo già intorno il nido,
De l’Aquila i figliuoli per la tema
D’arder, c’havean de l’importuno caldo,
Abbandonando il nido, e non havendo
Valore ancor da sostenersi a volo,
Si lasciaro cader sopra il terreno.
Il che vedendo allhor la Volpe offesa
Per far de la sua prole alta vendetta
Sopra di quelli immantinente corse ;
E inanzi a gli occhi de l’altera madre
Devorò ingorda i pargoletti figli.
Così fra noi mortali avenir suole,
Che chi de l’amicitia i sacri patti
Per non degna cagion profano rompe,
Quantunque de gli offesi amici al tutto
Possa schivarsi da l’ultrice mano ;
Non è però che col girar de gli anni
Schivar possa di Dio la giusta spada.
Et colui, ch’una volta, o più da tale
Riceve a torto in alcun modo offesa
Quando gli è data occasion sovente
Fa de le havute ingiurie aspra vendetta.
Però devrebbe inviolabilmente
Ognun servar de l’amicitia vera
Le ragion sante, e con l’honesto il dritto :
Né per cagion benché importante assai,
Che dal giusto si trovi esser lontana,
Offesa far al suo fedele amico ;
Non havendo a piacer l’esser da quello,
O da Dio stesso egli medesmo colto
In qualche occasion tardi o per tempo.
Vindice è Dio del giusto a torto offeso.