PASSATO havea la Volpe un fiume a nuoto
Et era a l’altra riva homai vicina
Quando restò piantata in certo loto.
Et mentre si dibatte la meschina
Più si sommerge et dentro a quello intrica,
Come la sorte sua ve la destina.
Vana era al fin d’uscirne ogni fatica,
Sì che già stanca non si move punto,
E di mosche l’assal copia nimica.
Così l’un danno sopra l’altro giunto
Patì gran pezzo le beccate strane,
Che ’l sangue tutto homai le havean consunto.
Venuto al fiume allhor da le sue tane
Il Riccio del suo mal forte si duole :
Et poi le dice con parole humane :
Ch’egli si trova in punto, s’ella vuole,
Di scacciarle le mosche allhor d’attorno,
Co’ spini suoi, come talhora suole :
Poi che del fango, ove ella aspro soggiorno
Suo malgrado facea, non potea trarla
Se ben s’affaticasse più d’un giorno.
Onde la Volpe a lui, che liberarla
Come amico volea di tanto affanno,
Gratie rendendo in cotal modo parla.
Non far fratello : che poco più danno
Far mi pon queste homai di sangue piene,
Di quel ch’infin adhor sì fatto m’hanno.
Che s’altro nuovo stuol di mosche viene,
Affamate a la prima havranno a trarmi
Quel poco, che mi resta entro a le vene ;
Onde potrei più in fretta a morte andarmi :
Tal che meglio è restar quel poco in vita
Di spatio, che dal ciel sento lasciarmi.
Così la gente tal esempio invita
A tolerar il suo tiranno avaro,
Per non far al suo mal nova ferita,
Se le è di viver lungamente caro.
Sopporta e appunta un mal chi non vuol giunta.