UN Topo già, c’havea sommo disio
Di passar d’un gran stagno a l’altra riva
L’acque profonde, in gran pensier si stava
D’esporsi incerto al periglioso guado.
E mentre dubbio con tremante core
Tentava in ciò la più sicura via,
Ecco lontan da mezo il largo humore
A lui tosto gridar con rauca voce,
Ch’ei l’aspettasse, una loquace Rana :
Che allhor mirando gli atti, ch’ei facea,
Haveva il fin del suo pensiero inteso :
Et aprendosi il calle innanzi ognihora
Con le man pronte, e rispingendo a dietro
Spesso con ambo i piè la torbid’onda,
A quello si condusse in un momento.
E promettendo di prestarli aiuto,
Come colei, che ben nuotar sapea,
Lo persuase di legarsi seco
Ne i piè di dietro a i suoi con certo filo,
Che per tal opra a lui recato havea.
Onde il meschin, ch’allhor non intendea
Qual fosse de l’astuta il cieco inganno,
Ciò fece ; et seco a nuoto anch’ei si mise.
Così di paro un pezzo entrar nell’acque
Tranquillamente e senza alcun travaglio.
Ma quando al mezo del camin fur giunti
L’iniqua Rana a far si diede il tratto,
Che fin da prima disegnato havea.
E dove dianzi pur su l’acque a galla
Di par col topo havea tenuto il corso,
Rivolta in dietro sotto l’acque entrando
Tentava trar quel miserello al fondo
Per devorarlo poi che estinto ei fosse.
Ma quel, che dal timor e dal bisogno
Prendeva di valor doppio argomento,
Tardi avveduto del nimico inganno,
Arditamente e con possente lena
Si sostentava ; e risurgeva in modo,
Che rendea vano il suo malvagio intento.
Or mentre quella al fondo, al sommo questo
Si ritraheva con egual valore,
Nessun cedendo a le contrarie forze,
Un nibio, che di là passava a caso
Da l’appetito de la fame tratto
Ambo li prese ; et per satiar di loro
L’avido ventre, da la rana in prima,
Che più molle che ’l topo havea la pelle,
Tosto si cominciò render satollo.
Così talhor avien, che l’huomo iniquo,
Ch’a far altrui si move a torto offesa,
A la vita, o a l’honor tramando inganno,
Primo nel fil del proprio laccio cade,
E da la forte man giusta di Dio
Colto con egual sorte insieme resta.
Talhor prima a sé nuoce un ch’altri offende.