MENTRE l’uccellator tendeva i lacci,
Ond’ei cogliesse i semplici augelletti,
La Lodola, che a lui vicina stava
Mirando il fatto sopra un verde pruno,
Gli dimandò quel ch’ei facesse allhora.
Egli rispose, che principio dava
A fabricar una nobil cittade,
Che ad ogni amico suo prestasse albergo.
Ma poi ch’a l’opra insidiosa diede
Debito fin, da lei poco lontano
Fra certe ombrose vepri si nascose.
La semplicetta allhor, c’havea creduto
Del suo falso parlar vero il concetto,
De l’arbor scese sopra il verde piano :
E s’inviò verso quei lacci ignoti,
De la finta città principio finto,
Per poter meglio intender la ragione,
L’ordine, e ’l sito de le nove mura
De la mole, che vera ella credea.
E tanto alfin si fece a lor vicina,
Ch’intricatasi in lor restò prigione.
Ciò visto allhora della macchia uscito
L’Uccellator a la novella preda
Tosto la colse. Ond’ella in tal sermone
Subito sciolse la dogliosa voce :
S’edificar, fratel, vuoi tal cittade,
Io ti so dar per certo un buon aviso,
C’havrai di cittadin vuote le strade.
Volse inferir la semplicetta augella,
Che l’ingordigia de’ Signori avari,
Che non han meta a gli appetiti loro
Mentre a’ sudditi ognihor succiano il sangue,
Fanno dishabitar l’ampie cittadi :
Che abbandonate alfin vanno in ruina.
L’avaritia dei Re peste è de’ Regni.