FÉ sacrificio la Cornacchia un giorno
Al simulacro de la Dea Minerva,
E del convivio suo chiamò cortese
A parte un can, ch’era suo vecchio amico.
Il qual mentr’ella al sacrificio intenta
Stava divotamente inanzi a l’ara,
Le disse : con qual cor cara sorella
Puoi sacrificio far a quella Dea,
Che t’è tanto nimica, e t’odia tanto,
Ch’ognihor ti sprezza, e prohibisce a tutti,
Qual di nessun valor, gli augurii tuoi ?
Dunque perché ti perdi indarno il tempo,
E le vittime insieme, e la fatica,
Per non trarne giamai profitto alcuno ?
Allhor trahendo un gran sospir dal core
Ella al compagno fé simil risposta.
Io so, fratello, e ben mi tengo a mente
Quel, che tu detto m’hai de l’odio antico,
In cui sempre mi tien l’irata Dea ;
Ma non voglio però darle risposta
D’affetto tale : anzi con cor humile
Pregarla sempre, e con giusta pietade
Renderle honor quant’io posso maggiore,
Per veder se placar posso lo sdegno
Del suo superbo cor sì in me crudele :
E con carezze mitigar l’offesa,
Ch’ella m’ha fatto, e può farmi maggiore.
Così devrebbe il picciolo impotente
A far contrasto co’ maggiori suoi
Lor ceder sempre, e farsi humile in tutto
Verso lo sdegno lor duro e protervo ;
Perché contra il possente il debil perde :
E l’humiltade ogni durezza doma ;
E spesso avien, che la vittoria porta
De l’huom superbo e di feroce core
Colui, ch’a tempo e loco accorto cede.
Vince più cortesia, che forza d’armi.